Si sostiene qui la tesi che le possibilità di usi turistici (ri)territorializzanti siano legate alle potenzialità co-evolutive e ri-produttive dei patrimoni territoriali da parte degli usi stessi. La tesi sostenuta è inquadrata nella considerazione dei flussi turistici attuali, generatori di luoghi/nonluoghi, come una componente della tendenza antropologica contemporanea à se déplacer, a sua volta identificabile come lo sfondo “attivo” di permanenze, viceversa probabilmente obsolescenti, di un habitus “ricreativo” forgiatosi dopo la rivoluzione industriale. Habitus riconducibile non ad una aprioristica distinzione tra turismo di massa e non di massa, ma molto più verosimilmente al profilo di un uomo (e turista) massa che, sempre più incline a dedicarsi ad attività puramente ricreative, si sente a suo agio solo riconoscendosi identico agli altri (o magari a “nicchie” di pochi altri). Inclinazione che a sua volta, interagendo con la concezione patrimonialista “mondiale”, ha favorito e tuttora sostiene il consolidamento del dominante paradigma di sfruttamento turistico dei territori, probabilmente riconducibile anche a un’altra tendenza antropologica di rilevante e specifico interesse disciplinare, ossia la progressiva perdita da parte della nostra civiltà della competence d’édifier. Infine, una volta fornita una definizione di patrimonio territoriale per parafrasi della definizione di patrimonio culturale della Convenzione di Faro, e ribaditi i fondamenti dell’approccio ostromiano ai commons, si illustrano alcuni casi studio ritenuti almeno in parte esemplificativi delle concrete possibilità di uso turistico (ri)territorializzanti.

Sterilità del turismo o sterilità culturale? Virtualità di riconfigurazione feconda dei territori del loisir

Luciano De Bonis;Giovanni Ottaviano
2025-01-01

Abstract

Si sostiene qui la tesi che le possibilità di usi turistici (ri)territorializzanti siano legate alle potenzialità co-evolutive e ri-produttive dei patrimoni territoriali da parte degli usi stessi. La tesi sostenuta è inquadrata nella considerazione dei flussi turistici attuali, generatori di luoghi/nonluoghi, come una componente della tendenza antropologica contemporanea à se déplacer, a sua volta identificabile come lo sfondo “attivo” di permanenze, viceversa probabilmente obsolescenti, di un habitus “ricreativo” forgiatosi dopo la rivoluzione industriale. Habitus riconducibile non ad una aprioristica distinzione tra turismo di massa e non di massa, ma molto più verosimilmente al profilo di un uomo (e turista) massa che, sempre più incline a dedicarsi ad attività puramente ricreative, si sente a suo agio solo riconoscendosi identico agli altri (o magari a “nicchie” di pochi altri). Inclinazione che a sua volta, interagendo con la concezione patrimonialista “mondiale”, ha favorito e tuttora sostiene il consolidamento del dominante paradigma di sfruttamento turistico dei territori, probabilmente riconducibile anche a un’altra tendenza antropologica di rilevante e specifico interesse disciplinare, ossia la progressiva perdita da parte della nostra civiltà della competence d’édifier. Infine, una volta fornita una definizione di patrimonio territoriale per parafrasi della definizione di patrimonio culturale della Convenzione di Faro, e ribaditi i fondamenti dell’approccio ostromiano ai commons, si illustrano alcuni casi studio ritenuti almeno in parte esemplificativi delle concrete possibilità di uso turistico (ri)territorializzanti.
2025
9788899237721
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