La montagna appenninica è debole per antonomasia, montagna intermedia che incarna emblematicamente gli aspetti più problematici delle aree montane in Italia (Ciuffetti, 2019). Tuttavia quelli dell’Appennino appaiono come territori resilienti, che rispetto a quelli alpini sembrano conservare meglio identità culturali e certe integrità ambientali, in grado di restituire forme embrionali di rinascita territoriale. Il contributo si interroga su come interpretare la riscoperta delle montagne di mezzo appenniniche come destinazioni di un turismo place-based a basso impatto ambientale e alto valore aggiunto economico e sociale, come emerso negli ultimi anni in alcuni dei luoghi più dimenticati. Un processo che interessa comuni classificati come “deboli”, distanti dai nodi urbani e dai poli della montagna forte, che talvolta cercano alleanze con quelli ma non necessariamente. Per contrapposizione alla montagna forte, ciò che la montagna resiliente può cercare di mettere a sistema, nel tentativo di muovere un immaginario e una (ri)territorializzazione a propulsione endogena, fa riferimento a risorse capaci di ridare un senso ad antiche configurazioni: l’eredità della geografia classica viene così a supporto per interpretare, ad esempio, le valli come microcosmi residuali di regioni omogenee con potenziale sviluppo di economie circolari di tipo verticale. Nuove configurazioni da inventare per le montagne di mezzo (Varotto, 2020) quindi, con le varie fisionomie del turismo etico (responsabile, di comunità, lento) integrate con forme di economia familiare e/o comunitaria basate sulle attività primarie (agricoltura, pastorizia, silvicoltura), interpretabili come generi di vita tendenzialmente sostenibili perché strettamente dipendenti dal contesto ambientale in cui insistono e in grado di completarsi con reti di ospitalità diffusa che possono prevedere anche una compartecipazione al lavoro. Se questo è l’obiettivo, occorre ridefinire un immaginario utile (Dematteis, 2021): per imparare a guardare con occhi nuovi queste terre invisibili (Meini, 2018), che in pochi conoscono e di cui non emerge mai abbastanza la ricchezza in termini di capitale ambientale e culturale; si tratta di individuare i giusti strumenti per comprendere e misurare il potenziale inespresso, a cui si potrebbe forse dare nuovo valore attraverso un’alleanza strategica tra abitanti permanenti e temporanei, con l’auspicio che insieme possano finalmente imparare a conoscere per gestire (Bernardi, 2000).

Appennino in movimento, alla ricerca di un immaginario utile

Meini Monica
2023-01-01

Abstract

La montagna appenninica è debole per antonomasia, montagna intermedia che incarna emblematicamente gli aspetti più problematici delle aree montane in Italia (Ciuffetti, 2019). Tuttavia quelli dell’Appennino appaiono come territori resilienti, che rispetto a quelli alpini sembrano conservare meglio identità culturali e certe integrità ambientali, in grado di restituire forme embrionali di rinascita territoriale. Il contributo si interroga su come interpretare la riscoperta delle montagne di mezzo appenniniche come destinazioni di un turismo place-based a basso impatto ambientale e alto valore aggiunto economico e sociale, come emerso negli ultimi anni in alcuni dei luoghi più dimenticati. Un processo che interessa comuni classificati come “deboli”, distanti dai nodi urbani e dai poli della montagna forte, che talvolta cercano alleanze con quelli ma non necessariamente. Per contrapposizione alla montagna forte, ciò che la montagna resiliente può cercare di mettere a sistema, nel tentativo di muovere un immaginario e una (ri)territorializzazione a propulsione endogena, fa riferimento a risorse capaci di ridare un senso ad antiche configurazioni: l’eredità della geografia classica viene così a supporto per interpretare, ad esempio, le valli come microcosmi residuali di regioni omogenee con potenziale sviluppo di economie circolari di tipo verticale. Nuove configurazioni da inventare per le montagne di mezzo (Varotto, 2020) quindi, con le varie fisionomie del turismo etico (responsabile, di comunità, lento) integrate con forme di economia familiare e/o comunitaria basate sulle attività primarie (agricoltura, pastorizia, silvicoltura), interpretabili come generi di vita tendenzialmente sostenibili perché strettamente dipendenti dal contesto ambientale in cui insistono e in grado di completarsi con reti di ospitalità diffusa che possono prevedere anche una compartecipazione al lavoro. Se questo è l’obiettivo, occorre ridefinire un immaginario utile (Dematteis, 2021): per imparare a guardare con occhi nuovi queste terre invisibili (Meini, 2018), che in pochi conoscono e di cui non emerge mai abbastanza la ricchezza in termini di capitale ambientale e culturale; si tratta di individuare i giusti strumenti per comprendere e misurare il potenziale inespresso, a cui si potrebbe forse dare nuovo valore attraverso un’alleanza strategica tra abitanti permanenti e temporanei, con l’auspicio che insieme possano finalmente imparare a conoscere per gestire (Bernardi, 2000).
2023
978-88-5495-594-3
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